
16 agosto 2026 | The Wright Brothers News
In Giappone, 1.779 aziende appartenenti a una rete nazionale di giovani imprenditori e leader locali sono state riconosciute per il loro impegno nelle iniziative legate a diversità, equità e inclusione.
L’organizzazione al centro della notizia è la:
Junior Chamber International Japan — JCI Japan
conosciuta in giapponese come:
日本青年会議所 — Nihon Seinen Kaigisho
o, più semplicemente, Japan JC.
Nell’agosto 2026, JCI Japan ha ottenuto il riconoscimento come organizzazione giapponese con il maggior numero di aziende associate impegnate in iniziative di DE&I — Diversity, Equity & Inclusion.
Il numero certificato è:
1.779 aziende.
Per molti italiani, tuttavia, il nome JCI Japan potrebbe dire poco.
Eppure, l’Italia possiede un’organizzazione della stessa famiglia.
Si chiama:
JCI Italy.
Per capire JCI Japan, un italiano può partire da JCI Italy
JCI Japan e JCI Italy non sono semplicemente due organizzazioni che si assomigliano.
Appartengono entrambe alla stessa rete internazionale:
Junior Chamber International — JCI.
JCI opera attraverso organizzazioni nazionali e locali in oltre 100 Paesi e considera leadership, responsabilità civica, imprenditorialità e impatto sulla comunità elementi centrali della propria missione.
L’organizzazione italiana esiste dal 1962.
Junior Chamber International registra attualmente JCI Italy come organizzazione nazionale italiana e indica quattro organizzazioni locali.
Per un lettore italiano, quindi, la notizia giapponese può essere letta anche così:
un’organizzazione appartenente alla stessa famiglia internazionale di JCI Italy è riuscita a coinvolgere in Giappone 1.779 aziende sul tema della diversità e dell’inclusione.
Questo rende la storia molto meno lontana di quanto possa sembrare.
Ma che cos’è davvero una Junior Chamber?
Non è semplicemente un’associazione imprenditoriale.
E non è neppure soltanto un’organizzazione di volontariato.
La filosofia JCI mette insieme diversi elementi:
leadership,
imprenditorialità,
sviluppo personale,
responsabilità sociale,
progetti per le comunità,
cooperazione internazionale.
L’idea fondamentale è semplice.
La leadership non si impara soltanto studiandola.
Si impara assumendosi responsabilità.
Organizzando un progetto.
Guidando una squadra.
Parlando in pubblico.
Affrontando un problema della propria città.
Collaborando con persone che hanno idee diverse.
E, inevitabilmente, anche commettendo errori.
JCI offre ai giovani proprio questo spazio di sperimentazione.
Anche l’Italia ha lasciato il segno nella storia mondiale di JCI
C’è un dettaglio che merita particolare attenzione.
Nel 2013, la presidenza mondiale di Junior Chamber International fu affidata a un’italiana:
Chiara Milani.
Junior Chamber International la registra come presidente mondiale JCI 2013, proveniente da JCI Italy.
Non è un dettaglio secondario.
Significa che un’organizzazione italiana relativamente poco conosciuta dal grande pubblico ha già espresso una figura arrivata alla guida dell’intero movimento internazionale.
JCI Italy ha inoltre avuto altri rappresentanti a livello internazionale, tra cui Paolo Bellotti come vicepresidente JCI nel 2020.
Dietro la sigla JCI Italy esiste quindi una storia italiana di leadership internazionale che merita probabilmente maggiore attenzione.
C’è poi un’altra organizzazione che gli italiani conoscono molto meglio
Per capire un’altra dimensione di JCI Japan, può essere utile guardare a una realtà italiana molto più conosciuta:
Giovani Imprenditori di Confindustria.
Non appartengono a JCI e le due organizzazioni non devono essere confuse.
Ma esistono alcune interessanti somiglianze.
Entrambe pongono al centro una nuova generazione di persone che assumono responsabilità economiche.
Entrambe discutono del futuro delle imprese.
Entrambe guardano oltre il risultato della singola azienda e affrontano questioni che riguardano il futuro del Paese.
Nel giugno 2026, oltre mille persone hanno partecipato a Rapallo al 55° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria.
Il titolo scelto per l’edizione è stato:
“PEOPLE — La nostra promessa di futuro”.
Al centro del confronto:
capitale umano,
demografia,
innovazione,
intelligenza artificiale,
energia,
competitività
e opportunità per le nuove generazioni.
Sono temi sorprendentemente vicini alle questioni che il Giappone sta affrontando oggi.
Italia e Giappone hanno più cose in comune di quanto sembri
A prima vista, Italia e Giappone possono apparire lontanissimi.
Roma e Tokyo.
La cultura mediterranea e quella giapponese.
La pasta e il ramen.
Il Rinascimento e il periodo Edo.
Ferrari e Toyota.
Armani e Issey Miyake.
Eppure, osservando le strutture economiche e sociali, emergono alcune somiglianze molto interessanti.
Entrambi i Paesi possiedono:
una forte tradizione manifatturiera,
un enorme patrimonio di competenze artigianali,
molte piccole e medie imprese,
numerose aziende familiari,
territori con identità locali fortissime,
una popolazione che invecchia,
e la necessità di trasmettere competenze e imprese alla generazione successiva.
In Italia parliamo di Made in Italy.
In Giappone si potrebbe parlare della capacità di unire manifattura, precisione, artigianato e miglioramento continuo.
In entrambi i casi, però, dietro un prodotto ci sono persone.
E senza persone, nessuna tradizione produttiva può sopravvivere.
In Italia il passaggio generazionale è già una grande questione nazionale
Nel marzo 2026 i Giovani Imprenditori di Confindustria hanno rilanciato il progetto GenerAZIONI, dedicato proprio al passaggio generazionale nelle imprese italiane.
Il problema è particolarmente importante in un Paese caratterizzato da moltissime PMI e imprese familiari.
Secondo la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Maria Anghileri, quasi la metà delle imprese familiari italiane sarà interessata da un cambio generazionale nei prossimi dieci anni.
Non si tratta soltanto di decidere chi diventerà amministratore delegato.
Significa trasferire:
conoscenze,
relazioni,
responsabilità,
cultura aziendale,
competenze,
e identità.
Il Giappone conosce molto bene questo problema.
Anche molte aziende giapponesi sono profondamente legate alle famiglie, ai territori e alla continuità generazionale.
Ed è qui che la diversità diventa molto più interessante
DE&I significa:
Diversity — Diversità
Equity — Equità
Inclusion — Inclusione
Ma parlare di diversità soltanto in termini di slogan aziendali sarebbe riduttivo.
Per Italia e Giappone esiste una domanda molto più concreta:
chi farà vivere le nostre imprese nei prossimi trent’anni?
Se la popolazione invecchia e diminuisce, un’impresa non può permettersi di ignorare talento.
Donne.
Giovani.
Persone con disabilità.
Persone provenienti da altri Paesi.
Genitori.
Persone che assistono familiari anziani.
Professionisti con percorsi non tradizionali.
Persone con idee diverse da quelle della generazione precedente.
La diversità diventa quindi anche una questione di competitività.
Il Giappone sta affrontando questo problema attraverso una rete di imprese
Ed è proprio qui che il numero 1.779 acquista significato.
Non stiamo parlando di una sola multinazionale giapponese.
Stiamo parlando di aziende appartenenti a una rete distribuita sul territorio.
Questo conta perché il Giappone, come l’Italia, non è fatto soltanto di grandi aziende famose nel mondo.
Il Giappone non è soltanto:
Toyota,
Sony,
Nintendo,
Honda,
Panasonic.
Esistono migliaia di aziende locali.
Produttori specializzati.
Imprese familiari.
Aziende di costruzioni.
Hotel.
Ristoranti.
Commercianti.
Società tecnologiche.
Imprese che operano da generazioni nello stesso territorio.
Sono queste realtà a determinare una parte enorme della vita quotidiana del Paese.
È una storia che un imprenditore italiano può comprendere
Immaginiamo un’azienda familiare italiana.
È nata dal nonno.
È cresciuta con il padre.
Ora una figlia o un figlio deve decidere come guidarla nei prossimi vent’anni.
La nuova generazione vuole digitalizzare.
Vuole assumere persone internazionali.
Vuole introdurre maggiore flessibilità.
Vuole utilizzare l’intelligenza artificiale.
Vuole cambiare alcune abitudini aziendali.
La generazione precedente teme che cambiando troppo si perda ciò che ha reso grande l’impresa.
Chi ha ragione?
Probabilmente entrambi.
Ed è proprio questa la difficoltà.
Come cambiare senza perdere la propria identità?
Questa domanda riguarda il Made in Italy.
Ma riguarda anche il Giappone.
“Tradizione contro innovazione” è forse la domanda sbagliata
Italia e Giappone sono spesso descritti come Paesi divisi tra tradizione e innovazione.
Ma forse non dobbiamo scegliere.
Un artigiano italiano può utilizzare una tecnologia digitale senza smettere di essere artigiano.
Un’azienda giapponese centenaria può assumere un giovane ingegnere straniero senza smettere di essere giapponese.
Una famiglia può trasmettere la propria impresa a una nuova generazione senza pretendere che quella generazione faccia tutto esattamente come prima.
La tradizione sopravvive proprio perché qualcuno la adatta.
Il tema del 2026 dei Giovani Imprenditori italiani dice molto: PEOPLE
Il messaggio emerso dal convegno di Rapallo è particolarmente interessante in relazione alla notizia giapponese.
People. Persone.
Secondo Confindustria, competitività, crescita e futuro industriale dipendono dalla capacità di valorizzare talenti, competenze e spirito imprenditoriale.
Questo avvicina molto il dibattito italiano a quello giapponese.
Le aziende possono acquistare macchinari.
Possono installare software.
Possono utilizzare intelligenza artificiale.
Possono trovare capitali.
Ma alla fine sono le persone a decidere:
cosa costruire,
cosa preservare,
cosa cambiare,
e cosa trasmettere.
Il Giappone ha una parola interessante: “Wa”
Nella cultura giapponese esiste un concetto molto importante:
和 — Wa
Generalmente viene tradotto come:
armonia.
A prima vista, armonia e diversità possono sembrare concetti opposti.
Ma nella musica l’armonia non nasce da una sola nota.
Nasce da note diverse che riescono a stare insieme.
Forse vale anche per le aziende.
Un’organizzazione nella quale tutti hanno la stessa età, la stessa esperienza, lo stesso percorso e la stessa opinione può sembrare molto ordinata.
Ma potrebbe anche perdere idee importanti.
La sfida consiste nel permettere alle differenze di esistere senza distruggere la capacità di collaborare.
L’Italia conosce molto bene la bellezza delle differenze
Da questo punto di vista, forse gli italiani possono comprendere il concetto meglio di molti altri.
L’Italia stessa è costruita sulle differenze.
Sicilia e Piemonte non sono uguali.
Napoli e Milano non sono uguali.
Venezia e Palermo non sono uguali.
Toscana e Sardegna non sono uguali.
Dialetti.
Cucine.
Architetture.
Tradizioni.
Paesaggi.
Storie locali.
Eppure tutto questo è Italia.
Forse la diversità funziona allo stesso modo.
L’unità non richiede necessariamente uniformità.
Anche JCI Italy racconta questa idea
JCI Italy offre opportunità di crescita personale, professionale e sociale a giovani adulti, con attività legate a leadership, responsabilità sociale, imprenditorialità e cambiamento positivo.
La struttura italiana fa parte del movimento JCI dal 1962.
Nel corso della sua storia ha lavorato anche su temi legati all’imprenditorialità e all’inclusione.
Un esempio è l’accordo con l’Ente Nazionale per il Microcredito, nato per sostenere formazione, avvio d’impresa, educazione finanziaria e inclusione sociale e finanziaria.
Questo dimostra che il collegamento tra leadership giovanile, impresa e inclusione non riguarda soltanto il Giappone.
JCI Italy e Giovani Imprenditori di Confindustria: simili, ma non uguali
È importante non confondere le due organizzazioni italiane.
JCI Italy appartiene a Junior Chamber International e punta fortemente sulla formazione dei giovani leader attraverso progetti, responsabilità civica e dimensione internazionale.
Giovani Imprenditori di Confindustria appartiene invece al sistema Confindustria ed è profondamente legato alla rappresentanza del mondo imprenditoriale italiano.
Nel 2026 la presidente dei Giovani Imprenditori, Maria Anghileri, fa parte anche della squadra di presidenza di Confindustria come vicepresidente.
Le organizzazioni hanno quindi strutture e funzioni differenti.
Ma entrambe pongono una domanda interessante:
che tipo di leader economici vogliamo per il futuro?
E qui Italia e Giappone possono davvero parlarsi
Il rapporto tra Italia e Giappone viene spesso raccontato attraverso turismo, moda, design, cucina, arte e cultura.
Sono ponti importanti.
Ma ne esiste un altro meno visibile:
le imprese.
Italia e Giappone possiedono entrambi aziende che costruiscono la propria reputazione sulla qualità.
Sul dettaglio.
Sulla fiducia.
Sulla competenza.
Sulla capacità di fare bene qualcosa per molto tempo.
Questo rende il dialogo tra giovani imprenditori italiani e giapponesi particolarmente interessante.
Non soltanto per vendere prodotti.
Ma per confrontarsi sul futuro.
La diversità non significa diventare tutti uguali
Questo è forse il punto più importante.
La diversità non dovrebbe significare che il Giappone debba diventare meno giapponese.
E non dovrebbe significare che l’Italia debba diventare meno italiana.
Il vero valore delle differenze esiste proprio quando esse possono rimanere tali.
Il Giappone può preservare la propria cultura.
L’Italia può preservare la propria.
Un’impresa familiare può preservare la propria storia.
Una nuova generazione può portare idee nuove.
Una persona proveniente da un altro Paese può contribuire senza cancellare completamente la propria identità.
Questo è molto più difficile che scrivere una policy aziendale sulla diversità.
Ma è anche molto più interessante.
1.779 aziende non sono un punto d’arrivo
Il riconoscimento ottenuto da JCI Japan non significa che 1.779 aziende siano diventate improvvisamente luoghi di lavoro perfetti.
Una certificazione non può dirci come ogni singolo dipendente vive la propria giornata.
La vera inclusione si misura con domande molto semplici.
Una donna può diventare dirigente?
Un padre può occuparsi dei propri figli senza compromettere la carriera?
Una persona con disabilità può mettere davvero a frutto il proprio talento?
Un dipendente straniero può diventare semplicemente un collega, invece di rimanere per sempre “lo straniero”?
Un giovane può proporre un’idea diversa da quella del fondatore?
Un dipendente può ammettere un errore?
Una nuova generazione può cambiare qualcosa senza essere accusata di tradire la tradizione?
È lì che comincia la vera inclusione.
Dal Made in Italy al Made in Japan: il futuro appartiene alle persone
L’Italia è orgogliosa del Made in Italy.
Il Giappone è orgoglioso della qualità del Made in Japan.
Ma dietro entrambe le espressioni esiste qualcosa di più importante del marchio.
Le persone.
Persone che hanno imparato un mestiere.
Persone che hanno fondato imprese.
Persone che hanno trasmesso competenze.
Persone che hanno innovato.
Persone che hanno rischiato.
Persone che hanno sbagliato e ricominciato.
E persone che dovranno prendere il loro posto.
Forse la vera sfida di Italia e Giappone nei prossimi decenni non sarà soltanto proteggere ciò che hanno costruito.
Sarà decidere a chi dare la possibilità di costruire ciò che viene dopo.
1.779 aziende giapponesi hanno iniziato a confrontarsi con questa domanda attraverso la diversità e l’inclusione.
JCI Japan sta cercando una risposta.
JCI Italy appartiene alla stessa famiglia internazionale.
I Giovani Imprenditori italiani stanno affrontando questioni simili attraverso il futuro dell’impresa, il capitale umano e il passaggio generazionale.
Due Paesi lontani.
Due culture fortissime.
Due grandi tradizioni manifatturiere.
E una domanda comune:
come possiamo cambiare senza perdere ciò che siamo?
Forse la risposta non è scegliere tra tradizione e diversità.
Forse è imparare a farle crescere insieme.
Note della redazione
Che cos’è JCI Japan?
Junior Chamber International Japan — JCI Japan è l’organizzazione nazionale giapponese appartenente al movimento Junior Chamber International.
La rete sviluppa giovani leader attraverso attività imprenditoriali, progetti nelle comunità, responsabilità organizzative e cooperazione internazionale.
Esiste davvero una JCI Italy?
Sì.
JCI Italy è l’organizzazione nazionale italiana di Junior Chamber International.
JCI indica che è stata fondata nel 1962 e attualmente registra quattro organizzazioni locali in Italia.
Un’italiana ha davvero guidato JCI nel mondo?
Sì.
Chiara Milani, di JCI Italy, è stata presidente mondiale di Junior Chamber International nel 2013.
È un elemento particolarmente interessante della storia italiana del movimento JCI.
JCI Italy e Giovani Imprenditori di Confindustria sono la stessa cosa?
No.
Sono organizzazioni differenti.
JCI Italy appartiene alla rete internazionale Junior Chamber International.
I Giovani Imprenditori di Confindustria fanno invece parte del sistema Confindustria.
Tuttavia, leadership giovanile, imprenditorialità, responsabilità e futuro dell’economia rappresentano importanti punti di contatto.
Chi guida i Giovani Imprenditori di Confindustria nel 2026?
Maria Anghileri è presidente dei Giovani Imprenditori e vicepresidente di Confindustria.
Nel 2026 il movimento ha posto particolare attenzione alle persone, al capitale umano, alla demografia, all’innovazione, all’intelligenza artificiale e alla competitività.
Perché Italia e Giappone sono interessanti da confrontare?
Entrambi possiedono forti tradizioni manifatturiere, numerose PMI e imprese familiari e devono affrontare importanti questioni demografiche e generazionali.
In Italia, i Giovani Imprenditori di Confindustria indicano il passaggio generazionale come una questione strategica per la competitività futura delle imprese.
Che cosa rappresentano le 1.779 aziende?
Sono le aziende del network JCI Japan conteggiate, al momento della certificazione 2026, tra quelle impegnate in iniziative relative a diversità, equità e inclusione.
Il riconoscimento è un record nazionale giapponese, non un record mondiale.

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