Che cosa sono le Backrooms? A24, Google DeepMind e il nuovo dibattito sull’IA nel cinema

Negli ultimi anni Internet ha creato nuove forme di immaginario horror. Non sempre nascono da romanzi, film o videogiochi tradizionali. A volte partono da una sola immagine, da un forum, da un video su YouTube o da una comunità online.

Tra questi fenomeni, le Backrooms sono uno dei casi più interessanti.

Nate come leggenda urbana digitale, oggi sono diventate un tema per il cinema indipendente, per la cultura visiva contemporanea e per il dibattito sull’intelligenza artificiale nella produzione artistica.

Il progetto cinematografico legato alle Backrooms è associato ad A24, studio noto per film di genere con una forte identità autoriale. Allo stesso tempo, Google DeepMind ha annunciato una collaborazione di ricerca con A24 per esplorare il ruolo dell’IA nel cinema.

Non si tratta dello stesso progetto. Ma insieme, queste due notizie raccontano una domanda molto attuale: che cosa succede quando cultura digitale, cinema d’autore e intelligenza artificiale iniziano a incontrarsi?

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Che cosa sono le Backrooms?

Le Backrooms sono una leggenda nata su Internet nel 2019.

L’idea è semplice: una persona esce accidentalmente dalla realtà ordinaria e finisce in uno spazio infinito fatto di stanze vuote, corridoi ripetitivi, pareti giallastre, moquette vecchia e luci fluorescenti.

La paura non nasce subito da un mostro.

Nasce dal luogo stesso.

Le Backrooms sembrano un ufficio abbandonato, un centro commerciale chiuso, un corridoio d’albergo senza ospiti, un parcheggio sotterraneo, una zona di servizio o un edificio pubblico svuotato della presenza umana.

Per un pubblico italiano, si possono leggere come una forma di inquietudine urbana contemporanea: non il castello gotico, non la casa infestata tradizionale, ma lo spazio quotidiano che perde improvvisamente familiarità.

Perché questo immaginario può parlare al pubblico italiano

L’Italia ha una relazione molto forte con gli spazi: piazze, case, chiese, palazzi storici, periferie, stazioni, centri commerciali e uffici pubblici.

Proprio per questo, l’idea di uno spazio senza memoria, senza comunità e senza volto può risultare particolarmente inquietante.

Le Backrooms non mostrano un luogo vissuto. Mostrano un luogo funzionale, anonimo, ripetitivo. Uno spazio che sembra progettato per essere attraversato, non abitato.

In un Paese dove l’identità dei luoghi è spesso legata alla storia, alla bellezza, alla vita sociale e alla presenza umana, le Backrooms rappresentano quasi il contrario: uno spazio infinito, impersonale e disumanizzato.

È qui che nasce la loro forza.

Da YouTube al cinema

Il nome più legato alla popolarità delle Backrooms è Kane Parsons.

Nel 2022, ancora giovanissimo, ha pubblicato su YouTube un cortometraggio ispirato a questo universo. Il video utilizzava effetti visivi realistici, stile found footage e un’atmosfera da falso documentario.

Il risultato è stato immediato: milioni di spettatori hanno riconosciuto in quelle immagini una nuova forma di paura.

La storia di Kane Parsons è importante anche perché mostra un cambiamento nel modo in cui nascono i registi e gli immaginari cinematografici.

Un tempo, per arrivare al cinema servivano spesso scuole, produttori, reti televisive o festival. Oggi una forte idea visiva, strumenti digitali e una piattaforma come YouTube possono portare un giovane autore davanti a un pubblico globale.

Perché A24 è importante

A24 non è semplicemente uno studio americano.

Per molti spettatori, A24 rappresenta un tipo di cinema capace di unire genere, autorialità, sperimentazione e attenzione al linguaggio visivo.

Il suo interesse per le Backrooms è quindi significativo.

Non si tratta solo di trasformare un fenomeno di Internet in un prodotto commerciale. Si tratta di capire se una leggenda nata online possa diventare cinema con una vera identità artistica.

Per il pubblico italiano, abituato a dare valore alla regia, alla visione dell’autore e alla qualità formale dell’immagine, questo punto è centrale.

Google DeepMind, A24 e l’intelligenza artificiale

Google DeepMind ha annunciato una collaborazione con A24 per studiare come l’intelligenza artificiale possa supportare il processo creativo nel cinema.

L’obiettivo dichiarato non è sostituire registi, sceneggiatori, fotografi, montatori o artisti visivi. L’idea è esplorare se l’IA possa aiutare nella ricerca visiva, nella sperimentazione narrativa, nella preparazione delle scene o in alcune fasi della produzione.

Secondo i sostenitori, l’IA potrebbe diventare uno strumento creativo, come il montaggio digitale, la computer grafica o la previsualizzazione.

Ma il tema è delicato.

L’intelligenza artificiale non è uno strumento neutro. Porta con sé domande su diritto d’autore, dati di addestramento, lavoro creativo, trasparenza e controllo dell’opera.

Perché il dibattito è importante in Italia

In Italia il cinema non è visto solo come intrattenimento. È cultura, lavoro, artigianato, linguaggio, memoria e identità.

Per questo l’uso dell’IA nel cinema non può essere discusso soltanto come questione tecnica.

Le domande sono più profonde:

Chi resta autore dell’opera?
Quali immagini sono state usate per addestrare i modelli?
I diritti degli artisti vengono rispettati?
I giovani creativi avranno più opportunità o meno lavoro?
Il pubblico deve sapere quando un film usa contenuti generati dall’IA?

Se l’IA viene usata solo per ridurre i costi, rischia di indebolire il lavoro umano e la qualità artistica.

Se invece resta uno strumento trasparente, limitato e guidato da una visione umana, può aprire nuove possibilità anche per autori indipendenti, piccoli studi e giovani filmmaker.

Perché le Backrooms sono perfette per parlare di IA

Le Backrooms sembrano quasi generate da una macchina.

Stanze ripetute, corridoi senza fine, luci artificiali, ambienti vuoti, assenza di calore umano: tutto richiama l’estetica dei mondi digitali, delle immagini sintetiche e degli spazi creati da algoritmi.

Per questo il legame tra Backrooms e intelligenza artificiale è così forte.

Non sono solo una storia horror. Sono anche una metafora del nostro tempo.

Viviamo sempre più dentro spazi digitali, piattaforme, immagini generate, algoritmi e sistemi automatici. Le Backrooms trasformano questa sensazione in un luogo: una realtà apparentemente ordinaria, ma senza uscita.

Conclusione

Le Backrooms sono molto più di un trend horror nato online.

Raccontano come un’immagine anonima possa diventare una mitologia collettiva. Raccontano come un giovane creatore possa arrivare da YouTube al cinema. E raccontano perché l’intelligenza artificiale sta diventando una delle questioni centrali della cultura visiva contemporanea.

Per il pubblico italiano, il punto decisivo non è soltanto se l’IA entrerà nel cinema.

Il vero punto è un altro: chi conserverà lo sguardo umano sull’opera?

Perché il cinema non è solo tecnica. È scelta, sensibilità, memoria, ritmo, imperfezione e presenza umana.

E se le Backrooms fanno paura, forse è proprio perché mostrano un mondo in cui tutto sembra costruito, illuminato e ordinato, ma da cui l’essere umano sembra scomparso.

Note

Fonti

  • Blog ufficiale di Google DeepMind
  • Sito ufficiale di A24
  • Canale YouTube ufficiale di Kane Parsons

Nota editoriale

La collaborazione di ricerca tra Google DeepMind e A24 è distinta dal progetto cinematografico Backrooms sviluppato da A24. Questo articolo tratta insieme i due temi perché entrambi riguardano una questione più ampia: il rapporto tra intelligenza artificiale, cultura digitale e futuro del cinema.

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